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Greenpeace a Ravenna contro l’importazione di Soia

Autore

Cristian Perinelli

Consulente marketing per Micro-imprese e Startup

Esperto in analisi dei dati, Campagne pubblicitarie Meta e Google, Posizionamento nei Motori di Ricerca e Sviluppo Siti Web

Coltivazione intensiva di soia

Indice

Attivisti contro l’import di soia in Italia

All’alba del 24 novembre attivisti e attiviste di Greenpeace hanno iniziato una spettacolare protesta nel porto di Ravenna contro la massiccia importazione di soia che arriva in Italia, prodotta a scapito delle foreste e destinata a diventare mangime per gli animali rinchiusi negli allevamenti intensivi.

I silos sono della succursale italiana di una delle più grandi compagnie dedicate alla produzione e al commercio di materie prime agricole, la Bunge. Sono alti 30 metri e vengono usati per stipare tonnellate di mangimi. Gli attivisti di Greenpeace hanno scalato i silos per srotolare due grandi striscioni. Il primo mostra un’immagine di quasi 200 metri raffigurante degli animali in fuga da una foresta in fiamme. Il secondo mostra la scritta “Soia che distrugge le Foreste”.

Il secondo gruppo in azione ha sbarrato l’ingresso principale dello stabilimento di Bunge, incatenandosi a uno dei cancelli e mostrando uno striscione con la scritta “Soia per mangimi = Deforestazione”.

Perché stanno contestando l’importazione di soia che arriva nel nostro Paese?

Perché gran parte della soia che importiamo viene usata soprattutto come mangime per gli animali rinchiusi negli allevamenti intensivi italiani. Dopo Paesi Bassi, Germania e Spagna, nel 2020 l’Italia è stata il principale importatore europeo di questa leguminosa, che acquistiamo principalmente da Argentina e Brasile. Da queste due nazioni proviene circa il 65 per cento della soia importata in Italia nel 2020. Ma devi anche sapere che quella soia è letteralmente soia che distrugge le foreste!

In Brasile, per esempio, ecosistemi come il Cerrado, la savana più ricca di biodiversità al mondo, sono gravemente minacciati dall’espansione indiscriminata delle piantagioni di soia e quindi dalla produzione agricola industriale e dalla zootecnia, nonostante gli impegni assunti da aziende e multinazionali per proteggerli.

Bunge, per esempio, nonostante si fosse impegnata a eliminare prodotti legati alla deforestazione dalle proprie catene di approvvigionamento in tutto il mondo entro il 2025, di fatto continua ad avere interessi commerciali con aziende già accusate di deforestazione e violazioni dei diritti umani.

La settimana scorsa l’Unione Europea ha pubblicato la prima bozza della normativa per proteggere le foreste del mondo, che però ha alcune gravi lacune. Il testo, infatti, riconosce l’importanza di proteggere le foreste ma non altri importanti ecosistemi, come appunto il Cerrado.

Inoltre, il rispetto delle normative internazionali per la tutela dei diritti umani non viene considerato tra i requisiti necessari per immettere prodotti e materie prime sul mercato comunitario.

Se la normativa proteggerà solo le foreste, gli impatti della produzione agricola industriale rischiano di spostarsi su altri ecosistemi che, esattamente come le foreste, ospitano Popoli Indigeni, specie animali e vegetali rare, e svolgono un ruolo importante nell’assorbimento dell’anidride carbonica e nella lotta alla crisi climatica.

Proteggere la natura e i diritti umani è fondamentale, perciò Greenpeace chiede al ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Stefano Patuanelli di sostenere l’adozione di una normativa più rigorosa ed efficace da parte dell’UE e dell’Italia.

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FINE

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