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Impronta Ecologica come Indicatore di Sostenibilità

Autore

Cristian Perinelli

Consulente marketing per Micro-imprese e Startup

Esperto in analisi dei dati, Campagne pubblicitarie Meta e Google, Posizionamento nei Motori di Ricerca e Sviluppo Siti Web

Metafora di impronta ecologica: piedi realizzati con ciottoli e sassi sulla spiaggia

Indice

Cos’è l’impronta ecologica?

L’impronta ecologica è un indicatore statistico volto a definire il consumo di risorse nell’area bio-produttiva (terra e mare) necessarie per gli esseri umani.

Scritto nel 1990 da Mathis Wackernagel e William Rees presso l’Università della British Columbia, il libro “Ecological Footprint: Managing Our Biocapacity Budget” ha lanciato l’impronta ecologica come indicatore statistico, oltre al Carbon Footprint, ora ampiamente utilizzato da scienziati, aziende, governi, individui e istituzioni che lavorano per:

  • monitorare l’impatto ambientale
  • monitorare l’uso delle risorse
  • promuovere lo sviluppo sostenibile
  • promuovere l’economia circolare
  • promuovere l’utilizzo di risorse rinnovabili

Storicamente, le pressioni ambientali erano per lo più locali o nazionali, il che significa che il consumatore veniva colpito dalle conseguenze ambientali di una produzione circoscritta nella sua zona (città, regione, nazione).

Oggi, tuttavia, a causa della globalizzazione la posizione geografica delle pressioni ambientali ha poca relazione con il luogo di consumo.

L’impronta ecologica si assume quindi il compito di riassegnare le pressioni ambientali sul consumatore tenendo in considerazione anche la globalizzazione.

Prima di vedere come viene calcolata l’impronta ecologica è bene sapere che:

  • L’impronta ecologica tiene conto dell’uso di risorse rinnovabili;
  • L’impronta ecologica contabilizza le risorse non rinnovabili solo in base al loro impatto sulle capacità bioriproduttive;
  • L’impronta ecologica si occupa solo del fattore ambientale, quindi non include le dimensioni sociali o economiche della sostenibilità.

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Come misurare l’impronta ecologica?

Ai fini del calcolo dell’impronta ecologica, l’area terrestre e marina è divisa in quattro sezioni:

  1. Terra bioproduttiva (suddivisa in seminativi, pascoli e foreste)
  2. Mare bioproduttivo
  3. Terra energetica (terra forestale e area marina necessaria per l’assorbimento delle emissioni di carbonio)
  4. Terra costruita terra costruita (edifici, strade, ecc.)

Un quinto tipo si riferisce all’area di terra e acqua che dovrebbe essere messa da parte per preservare la biodiversità.

L’impronta ecologica è misurata in un’unità di superficie standardizzata equivalente a 1 ettaro produttivo (ettari globali o gha). Questa “domanda” di area terrestre o marina può essere confrontata con l’area produttiva disponibile sul pianeta (l’offerta) per stimare la sostenibilità dell’attuale consumo di risorse.

A livello globale, l’impronta ecologica personale media era di 2,77 gha/cap nel 2017 rispetto a una capacità disponibile di 1,9 gha/cap. Questi valori confermano che l’umanità sta usando più risorse naturali di quelle che possono essere sostenute a lungo termine.

Fino ad oggi, gli studi sull’impronta ecologica sono stati condotti a livello globale, nazionale, regionale e locale. Tuttavia, un’area che l’impronta ecologica non è riuscita a calcolare appieno è il livello di “prodotto”.

Ecco una mappa che mostra l’impronta ecologica su scala mondiale:

Impronta ecologica mondiale delle varie nazioni
Fonte Footprintnetwork

Impronta ecologica: cos’è il deficit ecologico

Quando l’impronta ecologica di una popolazione supera la sua biocapacità si presenta un deficit ecologico. Questo accade quando la domanda di beni e servizi da parte della popolazione supera ciò che l’ecosistema può rigenerare.

Guardano la mappa vediamo che i paesi Africani sono quelli con il minor deficit ecologico, mentre quelli più sviluppati hanno deficit ecologici più elevati: Singapore, ad esempio, ha un deficit del -10.300% mentre l’Italia del -404%, Olanda -517% Inghilterra -287% Spagna -235% e Germania -204%, Francia -82%.

In Europa abbiamo dei paesi più attenti di altri come la Svezia con un +55% e la Finlandia con +113%, mentre il Gabon ha un valore positivo intorno al +888% e il Congo del +738%

La densità di popolazione incide parecchio su questi valori, ma è anche vero che i paesi più sviluppati sono messi meglio economicamente, e di conseguenza tendono a consumare di più.

Impronta ecologica: di quanti pianeti avremmo bisogno?

Grazie al calcolo dell’impronta ecologica siamo in grado di stimare il numero di pianeti di cui avremmo bisogno per continuare a consumare beni e servizi come stiamo facendo da qualche anno.

L’ultimo calcolo è stato fatto nel 2017 ed il grafico che segue ci mostra che l’umanità avrebbe bisogno di 1.73 pianeti uguali alla terra per evitare di restare senza risorse:

Impronta ecologica: quanti pianeti occorrono agli esseri umani?

Come ridurre l’impronta ecologica?

Pur non essendo cosa facile dobbiamo rimboccarci le maniche e cambiare le nostre abitudini nei consumi e nello shopping in generale.

  • Settore tessile: acquistare meno vestiti e puntare su quelli più sostenibili e longevi;
  • Settore alimentare: prediligere i prodotti biologici, consumare meno carne e più legumi, ridurre gli sprechi alimentari (vedere questo schema);
  • Settore trasporti: usare meno i mezzi privati optando per i mezzi pubblici, utilizzare biciclette e simili per piccoli tragitti;
  • In casa: ridurre il consumo di acqua, migliorare la raccolta differenziata, utilizzare detergenti ricaricabili e contratti di energia rinnovabile.

Cose che possono davvero fare la differenza, poiché se continuiamo a pensare che questo non ci riguardi da vicino ci sbagliamo di grosso. Riguarda noi, ma soprattutto le prossime generazioni.

Come calcolare la tua impronta ecologica

Da diversi anni sono disponibili dei tool online che ci consentono di calcolare l’impronta ecologica. Riteniamo che siano molto utili per migliorare il nostro approccio verso l’ambiente, e possono darci validi spunti di riflessione sulle nostre abitudini:

Impronta ecologica dei tessuti

Analizziamo questa tabella che mostra l’impronta ecologica di 3 fibre tessili: cotone, poliestere, canapa, ma partendo dal presupposto che l’impronta ecologica non è l’unico fattore che determina  l’inquinamento ambientale causato dall’industria tessile.

Impronta ecologica dei tessuti nel settore tessile

In questo caso il poliestere occupa una posizione intermedia con impronta ecologica pari a 1,67 e 2,21 gha. Anche se il poliestere richiede la maggior quantità di energia per tonnellata di fibra filata, non richiede la superficie di terreno per la coltivazione di cotone e canapa.

Il cotone rappresenta la parte più alta dei risultati dell’impronta ecologica, che vanno da 2,17 gha per il cotone biologico negli Stati Uniti a 3,57 gha per il cotone convenzionale in Punjab.

La coltivazione delle colture rappresenta la proporzione maggiore dell’impronta ecologica e questi risultati evidenziano che il sistema del cotone è il meno produttivo, specialmente quando si parla di cotone biologico: ha una resa per ettaro inferiore rispetto alla coltivazione intensiva del cotone tradizionale, quindi necessità di più terreno.

La canapa rappresenta invece l’impronta ecologica più bassa dei tre tessuti. L’impronta della canapa non varia significativamente nei diversi casi studio, partendo da 1,46 gha e raggiungendo 2,01gha. Questo perché la canapa ha una resa fino a 3 tonnellate di fibra per ettaro rispetto a 1,35 tonnellate del cotone.

Abbiamo quindi compreso che la canapa è uno dei materiali più sostenibili per il settore tessile, ma questo vuol dire che il cotone biologico inquina più del poliestere?

Ovviamente no. L’impronta ecologica si basa su un rapporto tra popolazione e dimensioni del luogo, infatti, come vedete dal grafico, il cotone biologico diminuisce la sua impronta ecologica quando coltivato in paesi più grandi, come gli Stati Uniti (USA), mentre aumenta la sua impronta in paesi più piccoli come il Punjab.

E’ altrettanto vero che il biologico consuma più acqua, ma del resto non fa uso di pesticidi, erbicidi e fertilizzanti tossici per l’ambiente e per la salute umana. Sicuramente la scienza, con il tempo, sarà in grado di aumentare la sua resa per ettaro.

Quindi, per quanto ci riguarda, se dovessimo scegliere in indumento in poliestere, cotone tradizionale, o cotone biologico, non avremmo dubbi sulla scelta da fare: il cotone biologico.

Tutto questo ci porta ad un altro quesito: l’impronta ecologica va presa come guida agli acquisti? Decisamente no. Può aiutarci a livello nazionale/globale, ma non è in grado di definire un prodotto sostenibile come potrebbe (e dovrebbe) invece fare il Life Cycle Assessment (l’analisi del ciclo di vita di un prodotto).

FINE

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