Perché “le foreste assorbono CO₂” non è più una certezza
È vero che, in generale, gli ecosistemi naturali assorbono una quota importante delle emissioni umane. Ma quando una strategia climatica aziendale o di un’organizzazione si appoggia a un carbon sink foreste “atteso”, entra in gioco un punto critico: l’affidabilità concreta di quell’assorbimento, oggi, non è garantita.
- Un sink non è una promessa: è un bilancio tra CO₂ assorbita e CO₂ rilasciata, che può cambiare rapidamente.
- Clima più caldo e più secco significa più stress per gli alberi e maggiore vulnerabilità a parassiti, malattie e incendi.
- Eventi estremi e infestazioni possono trasformare in pochi anni aree forestali da assorbitrici a fonti di emissioni.
- Le statistiche stanno già registrando il cambio di passo: il contributo delle foreste europee all’assorbimento di carbonio si sta indebolendo.
Il caso Germania: cosa sta succedendo e perché conta
In Germania, un caso emblematico arriva dai monti Harz: vaste aree di abete rosso sono state decimate da un’infestazione di bostrico, resa possibile e amplificata da anni consecutivi di siccità e ondate di calore. Il risultato è un paesaggio in cui ampie porzioni di foresta sono morte in piedi e la gestione è diventata un lavoro di emergenza continuativa.
- Driver principali: stress idrico e caldo ripetuti, seguiti da infestazioni che colpiscono alberi indeboliti.
- Vulnerabilità strutturale: grandi aree in monocoltura (una sola specie) hanno meno “ridondanza” ecologica e tendono a cedere in modo più uniforme quando arriva uno shock.
- Ordine di grandezza dell’impatto: durante il picco dell’epidemia (2018-2021) il paese ha perso circa mezzo milione di ettari di foreste, quasi il 5% del totale.
- Effetto sul bilancio climatico: i dati nazionali hanno mostrato un forte aumento delle emissioni nel periodo 2017-2022 legato a siccità e infestazioni.
- Trend europeo: il calo del sink forestale non riguarda solo la Germania. Le revisioni scientifiche sull’assorbimento di carbonio da parte delle terre nell’UE indicano un indebolimento marcato dal 2010, con una riduzione di circa un terzo.
Impatto sui target climatici: quando il sink cala, i piani saltano
Il punto operativo, per chi pianifica obiettivi climatici, è semplice: non si può “comandare” la crescita del bosco. Se siccità e infestazioni aumentano, il contributo del sink può ridursi o invertirsi, e target costruiti su quell’assorbimento diventano fragili.
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Cosa presuppone il piano |
Cosa può andare storto |
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Assorbimenti forestali stabili o in crescita nel tempo |
Dieback, parassiti e stress idrico riducono l’assorbimento o aumentano le emissioni, anche in pochi anni |
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Il sink come “margine” per compensare ritardi di riduzione |
Il margine scompare e il percorso verso i target diventa irraggiungibile senza tagli aggiuntivi alle emissioni |
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Previsioni lineari sul contributo della natura |
Revisione al ribasso dei dati e dei modelli di assorbimento, con impatto su pianificazione e rendicontazione |
Offset e claim net-zero: dove si annida il rischio di greenwashing
Quando il carbon sink foreste è più instabile, cresce il rischio che offset e claim diventino vulnerabili: non solo per motivi reputazionali, ma perché la logica climatica può non reggere. Tra i punti critici evidenziati dagli esperti c’è l’uso del sink come “alibi” per rallentare l’uscita da fonti fossili.
- Claim da evitare: “Siamo net-zero perché le foreste assorbono le nostre emissioni”.
- Formulazione più cauta: “Riduciamo le emissioni e sosteniamo anche interventi basati sulla natura, consapevoli che l’assorbimento è incerto e dipende da rischi climatici”.
- Claim da evitare: “Le compensazioni forestali ci permettono di andare più lentamente nella decarbonizzazione”.
- Formulazione più cauta: “Le riduzioni interne restano la priorità; eventuali contributi a progetti forestali sono aggiuntivi e gestiti con criteri di rischio”.
- Claim da evitare: “Il nostro offset è garantito nel lungo periodo”.
- Formulazione più cauta: “Valutiamo rischio di siccità, parassiti e perdita di biomassa; aggiorniamo scelte e comunicazione se cambiano le condizioni”.
Il rischio di greenwashing, in questo contesto, non nasce solo da cattive intenzioni: nasce spesso da un eccesso di fiducia in un’assunzione che la realtà sta smentendo, cioè che l’assorbimento forestale sia stabile e controllabile.
Biodiversità come strategia di resilienza: promessa realistica, non scorciatoia
Nei monti Harz, la risposta operativa non è “ripiantare uguale”: è sperimentare un ritorno della foresta più diversificato. Invece di ricostruire estese monocolture di abete rosso, i forestali stanno inserendo gruppi di specie diverse, come faggio, abeti e sicomoro, anche attorno alle aree dove l’abete è sopravvissuto.
- Logica: con più specie, un singolo parassita o uno stress climatico non cancella l’intero sistema nello stesso modo.
- Riduzione della vulnerabilità: la diversità tende a proteggere meglio da siccità prolungate e riduce l’effetto “domino” tipico delle monocolture.
- Beneficio atteso: più resilienza, non un assorbimento certo o immediato.
- Limite chiave: i tempi sono lunghi. La ricostruzione di un bosco e del suo ruolo come sink richiede anni, e nel frattempo gli shock climatici possono continuare.
Cosa può decidere una PMI o un’ONG da domani
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Separare mentalmente “riduzioni” e “assorbimenti”: chiedere internamente che il piano climatico funzioni anche se il contributo del sink forestale diminuisce.
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Stress test dei target: far verificare cosa succede a obiettivi e roadmap se l’assorbimento atteso da foreste o terra cala rapidamente o diventa un’emissione netta.
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Rivedere claim e messaggi: controllare che comunicazione e report non facciano dipendere “net-zero” o neutralità da assorbimenti naturali trattati come certi.
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Due diligence sul rischio: prima di usare offset o progetti forestali, chiedere quali rischi climatici e biologici sono considerati (siccità, infestazioni, mortalità) e come vengono gestiti nel tempo.
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Governance delle scelte “nature-based”: delegare una verifica periodica a una funzione interna (o consulente) per aggiornare decisioni se cambiano dati pubblici su sink e dieback.
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Priorità agli interventi che non sostituiscono i tagli: impostare una regola decisionale chiara, cioè che il supporto a foreste e biodiversità non giustifica ritardi nella riduzione delle emissioni dirette e indirette.
Segnali da monitorare nel 2026 quando si parla di sink forestale
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Revisioni statistiche al ribasso sull’assorbimento di carbonio da parte delle terre e delle foreste a livello UE o nazionale.
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Trend di calo del sink nel tempo, soprattutto se continua dopo aggiornamenti metodologici o nuove misurazioni.
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Eventi di siccità e ondate di calore ripetute che aumentano lo stress degli alberi e la probabilità di mortalità diffusa.
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Segnalazioni di dieback e perdita rapida di copertura forestale in aree ampie, non solo casi locali.
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Infestazioni e parassiti che si espandono o diventano ricorrenti, soprattutto in contesti di monocoltura.
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Indicazioni di scostamento dai target nei piani pubblici legati all’uso del suolo, un segnale che anche la pianificazione istituzionale sta facendo i conti con maggiore incertezza.