EPR food products UE: cosa prevede la proposta e impatti

Autore

Cristian Perinelli

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Bio-waste in Europa: perché la raccolta non basta ancora

In Europa la raccolta separata dell’organico è diventata un obbligo per gli Stati membri dal 2024. Ma l’obbligo, da solo, non sta ancora portando ai risultati necessari per centrare gli obiettivi su spreco alimentare, clima ed economia circolare.

Il punto chiave è il divario tra ciò che si produce come rifiuto organico e ciò che viene effettivamente intercettato: oggi solo una parte dell’umido da cucina entra nei circuiti di raccolta dedicati, mentre il resto finisce in discarica o viene incenerito. In questo contesto, si fa strada l’idea che servano strumenti economici, oltre che regole, per sostenere prevenzione e raccolta.

  • 8–10% delle emissioni globali di gas serra è attribuito allo spreco alimentare.
  • Nell’UE si generano circa 130 kg di spreco alimentare per persona ogni anno.
  • Oggi viene catturato circa il 26% dei rifiuti di cucina, mentre il resto va in discarica o incenerimento.

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Che cos’è l’EPR per i prodotti alimentari

La proposta in discussione è introdurre la EPR food products UE, cioè una forma di “responsabilità estesa del produttore” applicata ai prodotti alimentari. In termini semplici: chi mette il cibo sul mercato contribuirebbe non solo a venderlo, ma anche a finanziare e supportare in parte la prevenzione dello spreco e la gestione del rifiuto organico che ne deriva.

L’idea di fondo è spostare una quota di responsabilità, oggi in gran parte sulle spalle di Comuni e contribuenti, verso gli attori che traggono valore economico dall’immissione di cibo sul mercato.

  • Chi rientrerebbe: grossisti, importatori e rivenditori, ma per questi ultimi solo per i prodotti a marchio del distributore (private label).
  • Cosa implicherebbe: una responsabilità finanziaria e in parte operativa legata alla prevenzione dello spreco e alla raccolta dell’organico, senza entrare qui nei meccanismi specifici di governance o tariffazione.

Cosa cambierebbe per aziende e filiere: dalle tasse comunali alle scelte “a monte”

Se un meccanismo di EPR food products UE venisse adottato, il cambiamento più concreto sarebbe nel “chi paga” e nel “chi è incentivato a prevenire”. Oggi molti costi della raccolta e gestione dell’organico ricadono sul sistema pubblico. Con l’EPR, una parte di quei costi e delle responsabilità verrebbe riallocata verso chi progetta e commercializza i prodotti alimentari.

Questo spostamento non riguarda solo la fase “a valle” (raccolta e trattamento), ma soprattutto le scelte “a monte” che possono aumentare o ridurre lo spreco prima che diventi rifiuto. L’attenzione si sposterebbe su decisioni quotidiane di prodotto e di go-to-market: porzioni, etichettatura, politiche promozionali e distribuzione.

  • Dimensionamento delle porzioni e dei formati (quanto è facile che il prodotto venga consumato prima di deteriorarsi).
  • Gestione delle diciture e delle date, inclusi i “best before” (come vengono definiti e comunicati).
  • Meccaniche di promozioni e spinta commerciale (quanto generano acquisti eccedenti i reali consumi).
  • Scelte di distribuzione e gestione stock (rotazione, resi, gestione delle eccedenze).
Decisione aziendale Come può impattare il food waste
Formati e porzioni Porzioni troppo grandi o formati poco “consumabili” aumentano il rischio che parte del cibo venga buttata.
Indicazioni temporali in etichetta Diciture e scadenze impostate in modo prudenziale possono anticipare l’eliminazione di prodotti ancora consumabili.
Politiche promozionali Promozioni che spingono acquisti multipli possono generare surplus domestico e scarti.
Distribuzione e gestione stock Scelte di logistica e rotazione incidono su invenduto, deperimento e resi lungo la filiera.

Perché interessa anche la bioeconomia: feedstock, compost e digestato

Un altro elemento rilevante è il legame tra intercettazione dell’organico e sviluppo della bioeconomia. Aumentare la raccolta separata e ridurre gli sprechi può tradursi in più materia disponibile per filiere che trasformano il bio-waste in risorse utili.

In particolare, una maggiore disponibilità di organico può contribuire a rendere più stabile l’approvvigionamento di materia prima per le industrie bio-based, inclusi usi legati ai biomateriali. Inoltre, il trattamento dell’organico può generare compost e digestato, con un potenziale ruolo nel miglioramento di suoli degradati. Questi benefici, però, non sono automatici: dipendono dalla qualità della raccolta, dalla capacità impiantistica e da come viene progettato lo strumento.

Implicazioni pratiche: domande da portare in azienda questa settimana

  1. Quali dati abbiamo oggi su eccedenze, invenduto, resi e scarti per categoria e canale, e quanto sono confrontabili nel tempo?
  2. Chi, internamente, è responsabile delle decisioni che incidono sullo spreco (formati, etichette, promozioni, distribuzione) e come vengono misurati questi impatti?
  3. Abbiamo una mappatura chiara dei prodotti a maggior rischio spreco (deperibilità, volumi, variabilità domanda) e delle leve già disponibili per ridurlo?
  4. Per i prodotti a marchio del distributore (se presenti), quali funzioni dovrebbero essere coinvolte per gestire uno scenario di responsabilità anche economica sul fine vita dell’organico?
  5. Come valutiamo oggi le diciture in etichetta e le politiche di datazione (incluso il “best before”) dal punto di vista di spreco e percezione del consumatore?
  6. Le nostre meccaniche promozionali includono verifiche ex post su incremento di spreco o invenduto, oppure misuriamo solo vendite e margine?
  7. Quali partner di filiera (distribuzione, operatori della raccolta, soggetti del trattamento) potrebbero essere coinvolti se si richiedesse un contributo più strutturato a prevenzione e intercettazione dell’organico?
  8. Abbiamo un’ipotesi di budget e governance interna per gestire richieste di conformità e rendicontazione, nel caso in cui l’EPR venisse introdotta?

FINE

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